paura di perderlo - Studio Psiche' dr. F. Minore

HO PAURA DI PERDERLO, NON SO STARE SENZA DI LUI

Sindrome d’abbandono: ho paura di perderlo, non so stare senza di lui

Paura di perderlo, non so stare senza di lui. Tra i vari argomenti trattati dallo Studio Psiché con la Dr. Francesca Minore, in questo articolo vogliamo capire da dove origina la sindrome abbandonica, ossia la persistente paura di perdere la persona amata ed in che modo si può farvi fronte efficacemente.

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Paura di perderlo – le cause

Come sempre accade, per comprendere il presente è utile guardare al passato. Perché è allora che sono andati formandosi gli schemi cognitivi ed emotivi che guidano il presente. Analizziamo le possibili cause:

1. Paura di perderlo – origine traumatica

L’essere stati esposti a traumi infantili può causare lo sviluppo della sindrome abbandonica. Immaginiamo un bimbo che vive un’esperienza traumatica (per es. viene allontanato dai genitori in modo improvviso e per lungo tempo) o catastrofica (un terremoto, un incidente, un disastro ambientale)  Non sorprende che possa sviluppare una sindrome da stress post-traumatico (PTSD). Ciò avviene infatti ogniqualvolta, in maniera del tutto repentina, il nostro mondo, le abitudini, le certezze e le aspettative su come vanno le cose, vengono stravolte. Si tratta di un’esperienza estremamente penosa. Specie se ad accadere è un evento incomprensibile. L’impossibilità a dar senso è infatti un fattore determinante la difficoltà a metabolizzare l’accaduto.

Quali le conseguenze?

Conseguenza del trauma esperito, lo sviluppo di schemi di pensiero ed affettivi legati ad una costante sensazione di precarietà, di catastrofe imminente. Se l’esperienza traumatica non è stata adeguatamente elaborata, perdurano infatti:

1. la convinzione che tutto possa mutare in peggio ogni momento,

2. il bisogno spasmodico e purtroppo vano, di controllare ogni cosa, incluse le proprie relazioni significative.

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Che fare?

Se viviamo nel timore di restare senza il partner, e la causa della paura di perderlo risiede in un’esperienza traumatica, la via d’uscita consiste nell’elaborazione del trauma. Le neuroscienze hanno ampiamento dimostrato come il connettoma (il complesso dei neuroni cerebrali) sia duttile e come i processi sinaptici possano essere plasticamente modificati dall’apprendimento. Ora, se ciò è vero rispetto ad un evento traumatico subito, che viene registrato, impresso nelle vie neurali e riprodotto in modo persistente (incubi, flashback); è vero anche per la risoluzione del trauma stesso. Attraverso un adeguato lavoro terapeutico, è infatti possibile modellare, rielaborare e ricostituire i processi sani. Questo consente di apprendere nuove modalità di attaccamento più funzionali e non ansioso-dipendenti.

2. Paura di perderlo – lo stile di attaccamento

Fu J. Bowlby il primo ad evidenziare l’importanza dell’attaccamento infantile nella formazione della personalità. Specificatamente, come siamo stati accuditi ed amati incide in maniera significativa sul comportamento futuro in coppia. Così, pur vivendo una relazione nutriente, con un partner affettuoso e stabile, la paura di perderlo può fare capolino se le antiche figure di riferimento sono state incostanti o anaffettive. Può essere capitato perché ansiose, non disponibili per vicissitudini loro, perché incapaci ad esternare le emozioni. In ogni caso il bimbo che siamo stati ha interiorizzato un modello instabile ed ha reagito sviluppando un’immagine di sé poco amabile, insicura, bisognosa e dipendente, timorosa di perdere i suoi riferimenti (da cui la sindrome d’abbandono). In altri casi, l’incostanza genitoriale ha prodotto una personalità evitante, ossia distaccata, diffidente, che fatica a legarsi per paura di essere dolorosamente respinta pur nutrendo un grande bisogno d’amore.

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Che fare?

Quando l’ansia di separazione dal partner, la paura di perderlo, origina dallo stile di attaccamento appreso, è possibile intervenire mediante un lavoro di consapevolezza volto ad acquisire una modalità più adeguata e sicura di stare in coppia e vivere la relazione. Tale percorso ha il merito di sanare le antiche ferite, di fortificare l’autostima e di promuovere comportamenti adattivi di stare in coppia.

3. Paura di perderlo – i legami familiari

Quando la vita col partner è contrassegnata dalla costante paura di perderlo, è importante valutare anche la qualità dei nostri legami familiari. L’aver vissuto in un contesto familiare invischiato (S.Minuchin) per esempio, in cui cioè non vi erano confini interni ben definiti tra noi ed uno o più membri della famiglia, può essere all’origine dell’ansia da separazione. In che modo? Se non abbiamo mai reciso il cordone ombelicale con la famiglia, se il legame con un genitore è stato ed è di tipo simbiotico o forte/conflittuale, può essere che, a livello profondo, non abbiamo ancora conquistato una vera e propria indipendenza emotiva.

Autonomia emotiva e sindrome abbandonica, quale legame?

Temiamo cioè le separazioni e gli abbandoni, non avendo sperimentato relazioni sane. Relazioni in cui l’essere vicino non è fusione; in cui il distacco implica il ritorno e non la perdita. Il processo di individuazione avviene quando e se la famiglia consente al figlio di svincolarsi. Il che vuol dire promuoverne l’autonomia accogliendo il suo naturale bisogno di allontanarsi ed esplorare il mondo. Ciò consente al giovane di sperimentarsi, confidare in sé, badare a sé senza dover dipendere da altri.

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Che fare?

Quando l’ansia da separazione determina la paura di perderlo, è necessario portare a termine il compito evolutivo di svincolo rimasto bloccato. Ciò significa compiere un graduale percorso di emancipazione dalle figure di riferimento per conquistare la propria autonomia e con essa l’autostima utile a non temere l’abbandono. Una buona autostima consente infatti lo sviluppo di convinzioni funzionali alle relazioni, tra le quali

1. la certezza di essere amabili e non a rischio di rifiuto/abbandono,

2. la legittimità all’espressione libera di sé perché ciò non implica l’allontanamento dell’altro.

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4. Paura di perderlo – la costanza dell’oggetto

Con questa definizione la psicoanalista newyorkese M. Mahler definiva quella fase di sviluppo in cui il bimbo interiorizza il genitore, la sua base sicura. Avviene nell’età in cui il piccolo è cosciente della presenza della madre anche quando non è disponibile (la costanza dell’oggetto appunto). Si tratta di una conquista, non è stato così dal principio della sua vita. Secondo M. Klein una fase evolutiva precedente, l’oggetto d’amore era percepito alternativamente come buono (il seno che nutre) o cattivo (la madre che si nega, il nutrimento che non arriva). Il superamento di questo primitivo stadio consiste nell’integrazione della figura accudente in un unico oggetto (che si dà e a volte si nega) introiettato e costante.

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Costanza dell’oggetto e sindrome da abbandono

Quanto descritto è determinante nella sindrome da abbandono. Nella vita adulta, rispetto al partner, la paura di perderlo è per G. Gabbard una riedizione della percezione scissa dell’oggetto d’amore (o tutto buono quando c’è, o tutto cattivo se si nega). Secondo il grande psichiatra accade in special modo nei momenti di stress. La nostra mente riattiva istintivamente modalità di funzionamento arcaico. Ma se questo è normale nell’esperienza comune, la sindrome d’abbandono caratterizza quelle personalità in cui la costanza dell’oggetto, in termini evolutivi, non è mai stata raggiunta.

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Che fare?

In questi casi la persona sperimenta l’ansia di perdere la persona amata perché nel corso dello sviluppo non è stato  portato a termine un compito di sviluppo imprescindibile. Non ha cioè assimilato la costanza dell’oggetto adeguatamente. E dunque, come nella prima infanzia rispetto la madre, questa persona vive ora la gioia della presenza del partner, ma al minimo allontanamento non riesce a tollerarne l’indisponibilità. In questi casi è di utilità un lavoro terapeutico volto a produrre quell’integrazione che spontaneamente non è avvenuta (ossia, l’altro c’è quando c’è, ma anche quando si allontana o si nega). Il soggetto viene supportato nel saper tollerare la lontananza senza angoscia a tutto beneficio della relazione di coppia.

Studio Psiché – chi siamo

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Negli ultimi anni, dato l’incremento di richieste, lo Studio Psiché di Milano ha messo a punto un  servizio online di counseling e psicoterapia specificatamente costruito per funzionare come le sessioni in presenza in termini di approccio metodologico, tecniche e protocolli utilizzati. Tutto ciò al fine di garantire un intervento produttivo ed efficace volto a ripristinare una situazione di benessere anche quando svolto non in presenza.

E’ disponibile inoltre un servizio di consulenza online per expat  specificatamente dedicato alle esigenze di coloro che risiedono all’estero.

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