sindrome di burnout - studio psiché milano

BURNOUT SYNDROME – QUANDO L’ORGANISMO DICE BASTA

L’organismo dispone di un proprio linguaggio attraverso cui rappresenta lo stato in cui versa. Quando in sofferenza è l’apparato psichico, il disagio viene espresso attraverso disturbi di natura psicosomatica, ossia a carico del soma ma di matrice psichica. Se l’organismo risente di una costante pressione di natura psicofisica, in prima battuta il malessere si traduce in stress (stanchezza, nervosismo, irritazione, tensione, iposonnia, perdita dell’appetito, faticabilità, deconcentrazione ecc). Si tratta di un primo segnale d’allarme a cui è bene prestare attenzione. Se non si interviene allentando la presa, il secondo stadio potrebbe infatti implicare un intensificazione del malessere, a significare un vero e proprio default dell’organismo, il burnout appunto.

La sindrome di burnout è dovuta ad un forte stress emotivo che sviluppa in ambito professionale: l’individuo non riesce a far fronte alle sue mansioni, al clima emotivo, a difficoltà relazionali oppure al carico di lavoro, il che gli procura un senso di pressione eccessiva, persistente e pervasiva. Se non si interviene con gli adeguati correttivi, il protrarsi dello stato di disagio sfocia nell’esaurimento complessivo dell’organismo, sopraffatto e debilitato dallo stress a cui non sa più rispondere in maniera idonea.

Burnout Syndrome – la prima fase

Tre sono le fasi evolutive della sindrome.

Il primo stadio è il più insidioso, in quando la persona è permeata dall’ottimismo (per un avanzamento di carriera, per nuove mansioni di cui è responsabile, per un aumento retributivo) e reputa di poter sostenere l’impegno richiesto dalla nuova posizione in termini di fatica, disponibilità di tempo e carico di responsabilità, di fatto sottovalutando i potenziali rischi per l’organismo.

E’ il caso di Fabrizia. Neomamma in carriera. Lavora in una piccola realtà, un’azienda gerarchicamente organizzata, ai cui vertici sono posizionati i membri anziani della famiglia proprietaria. La cultura aziendale non tiene in grande considerazione le dipendenti madri di famiglia. Per questo la donna ha tenuto nascosto il più a lungo possibile la gravidanza. Temeva avrebbe compromesso l’avanzamento di carriera che è riuscita a conseguire. Nei mesi successivi alla promozione, carica di ottimismo e convinta della sua capacità di far fronte ad ogni eventuale ostacolo “sono famosa per la mia efficienza, so destreggiarmi tra mille impegni” mi spiegava, ha sostenuto carichi di lavoro estenuanti, non certo adatti alla condizione delicata in cui versava. Ma tant’è. La sua convinzione granitica sembrava bastare.

Sindrome di  burnout – la seconda fase

Il secondo stadio della sindrome ha luogo nel momento in cui, malgrado l’impegno profuso, i riscontri deludono: la dedizione con cui si è lavorato non viene premiata, anzi è ritenuta insoddisfacente. La persona entra così gradualmente in un tunnel di sconforto ed abbattimento.

Fabrizia ha organizzato per tempo la maternità facendosi affiancare dai genitori nella cura del neonato e chiedendo all’azienda di poter lavorare in smartworking. Le cose però sembrano non procedere secondo le sue rosee previsioni. L’allattamento, le notti insonni, le tante persone volenterose di cui si è circondata ma che necessitano di un certo coordinamento, si rivelano fonte di stress ulteriore rispetto a quello che l’incarico professionale già le impone. “I miei responsabili non capiscono la mia condizione. Fingono di non sapere cosa significhi avere un figlio piccolo e mi impongono di partecipare a riunioni che richiedono una presenza totale e finiscono a tarda ora. Come posso farcela?! Tra l’altro sono circondata da scapoli che non fanno alcuno sforzo a reggere i ritmi massacranti a cui siamo sottoposti. Questa volta sono davvero in difficoltà. Sento di deludere le aspettative di quanti hanno sostenuto la mia candidatura, del mio compagno che mi sente distante e nervosa, dei miei genitori che devono occuparsi del bimbo ma che ritengono dovrei stare con lui più tempo. Hanno tutti ragioni ed io mi sento persa.”

Sindrome di  burnout – la terza fase

E’ la fase della sintomatologia conclamata, attivata dal senso di impotenza e delusione per il mancato riconoscimento dell’impegno profuso.  Sul piano cognitivo comporta deconcentrazione, affaticamento, stanchezza, pensieri negativi sulle tematiche lavorative, stagnazione del conflitto “vado o resto?”. A livello emotivo si registrano senso di colpa, ansia, risentimento, irritabilità, diminuzione dell’autostima, panico. Qualora non si intervenga per tempo, la sintomatologia psichica si riverbera sul fisico e può implicare tachicardia, senso di oppressione al petto, problemi digestivi, nausea, vertigini, gastriti, coliti, cefalea, dispnea, problemi articolari e muscolari e disturbi neurovegetativi a carico del sonno e dell’appetito. La condizione di sofferenza può portare a compiere azioni di automedicamento da cui è meglio astenersi, onde evitare di ricadere nell’abuso, rispettivamente di ansiolitici (benzodiazepine), alcool o sostanze psicotrope legali e non.

Dopo qualche tempo di superlavoro in casa e in ufficio, Fabrizia, che invano a cercato di comunicare ai superiori le sue difficoltà, comincia a risentire sul piano psicofisico del disagio in cui versa. E’ nervosa, intrattabile, deconcentrata al punto da commettere errori che mettono a repentaglio la sicurezza del piccolo. Anche al lavoro non è efficiente come in passato, la qual cosa viene notata dai responsabili, il che la conduce in uno stato di ancor più marcato avvilimento. Consigliata dai familiare, decide così di intraprendere un percorso di counseling per trovare una via d’uscita.

Sindrome di  burnout – l’intervento efficace

La decisione di richiedere adeguato supporto si rivela vincente per due ordini di motivi: La donna non si sente più sola ed incompresa. Essere affiancata da un professionista esperto in grado di darle riconoscimento degli sforzi ed indicarle la via d’uscita dalla crisi, placa l’angoscia e la predispone a collaborare in vista della soluzione. Soprattutto, il percorso di counseling le consente di comprendere le cause che hanno scatenato la sindrome di burnout. Conoscerle è fondamentale per mettere in atto comportamenti adeguati a che non si ripresenti.

Cosa ha condotto Fabrizia a perdere il controllo? Nel corso dei colloqui, emerge un aspetto saliente della sua personalità: “Da che ricordo, sono sempre stata forte, combattiva. Stringevo i denti e sopportavo ogni fatica. Cosa mi spingeva a farlo? Credo il bisogno di essere vista da mia madre. Donna altrettanto forte ma poco interessata a me. Mi prestava attenzione solo quando risultavo ai suoi occhi autonoma, vincente, resistente. Non so dire perché per lei fosse così importante. Di certo ha forgiato il mio carattere. Oggi, lo riconosco, mi comporto allo stesso modo nei confronti di mio marito, dei miei capi, dei colleghi. Ricerco la loro approvazione allo stesso modo. Stringo i denti e mi mostro in grado di fare l’impossibile. Purtroppo è andata così anche questa volta. Solo che la nascita del bimbo e la promozione contemporanea mi hanno stroncato. E’ stato davvero troppo… sono crollata.”

Tra le cause più comuni del burnout c’è proprio questo fraintendimento: il valore della persona è determinato in toto da ciò che riesce a fare, dalla sua performance professionale. Questo elemento solo la definisce: se ti sforzi, se resisti, se porti avanti i tuoi impegni con caparbietà, vali.

Prenderne coscienza significa allora poter  riallineare la propria percezione di sé, delle proprie relazioni, del mondo esterno. Vuol dire iniziare a stabilire le giuste priorità, capire come attuare eventuali cambiamenti, soprattutto rivalutare quali aspetti davvero determinino il valore personale.

Fabrizia partecipa coinvolta ai colloqui di counseling, durante i quali ha modo di rileggere il rapporto con la madre e definire nuove modalità di relazionarsi a lei e agli altri della sua vita, senza esser più vincolata dalla ricerca di riconoscimento, ma finalmente libera di esprimere consenso e dissenso a seconda dell’occorrenza.

Dr. Francesca Minore   Coordinatrice Studio Psiché – Psicologia e Counseling

Studio Psiché – chi siamo

studio psiché milano

Da ormai vent’anni lo Studio Psiché, coordinato dalla Dr. Francesca Minore, si occupa di benessere e salute psicologica. Negli ultimi anni, dato l’incremento di richieste, lo Studio ha messo a punto un  servizio online di counseling e psicoterapia specificatamente costruito per funzionare come le sessioni in presenza in termini di approccio metodologico, tecniche e protocolli utilizzati. Tutto ciò al fine di garantire un intervento altrettanto produttivo ed efficace anche quando svolto online.

E’ disponibile inoltre un servizio di consulenza online per expat  specificatamente dedicato alle esigenze di coloro che risiedono all’estero.