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SOLITUDINE AFFETTIVA, COME USCIRNE?

Solitudine affettiva, quali le cause e come uscirne? A determinare la solitudine, una serie di fattori. Esploriamoli insieme e scopriamo che fare per risolvere il disagio.

Solitudine affettiva. Tra i vari argomenti trattati dallo Studio Psicologico Milano con la counselor professionista Dr. Francesca Minore, qui ci interessa analizzare le motivazioni che portano una persona a sperimentare il disagio di sentirsi sola, di non riuscire ad intessere legami sentimentali. Esploreremo poi, per ogni causa, le possibili soluzioni.

 

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Solitudine affettiva – le cause

La solitudine affettiva può scaturire da condizioni diverse, analizziamole nel dettaglio:

1. Chiusi in se stessi perché delusi dagli altri

Accade quando ci si è fidati ed affidati a qualcuno ed in risposta si è ricevuta sofferenza. Non si è stati amati, si è stati svalutati, respinti, traditi. Magari più volte. Dall’ultima, la ferita non si è mai rimarginata. Inoltre le riflessioni ed i sentimenti emersi in fase di elaborazione dell’esperienza hanno prodotto considerazioni negative “non posso più legarmi” “non voglio più soffrire” “non posso credere a ciò che sembra buono”.

Il muro

Di conseguenza la persona mette in atto, più o meno consapevolmente, comportamenti difensivi in funzione di autotutela. Al contempo, impercettibilmente, tende ad applicare le stesse modalità di pensiero ad altri contesti e ad altre persone del suo quotidiano, fino a costruire un impercettibile muro che impedisce l’incontro, che provoca un forte senso di vuoto, di tristezza, di ansia. E questo umore depresso diviene veste abituale con cui attraversare il mondo. In solitudine.

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La psicosomatizzazione della solitudine

In alcuni casi vivere isolati, in solitudine, genera un malessere fisico: per evitare l’incontro, e con esso il rischio di essere di nuovo feriti, a difendersi interviene l’insensibilità corporea, la mancanza di desiderio, il rigetto di ogni contatto intimo. Altre volte il disagio si localizza su di un particolare distretto corporeo, per cui si riconosce causa del malessere un presunto difetto somatico “non sono gradevole, non vado bene”che intacca l’autostima.

  • Che fare?

Alcuni sono motivati ad uscire dalla solitudine per paura che la situazione peggiori, ma non sanno come fare. Per altri è difficile anche solo aprire un pertugio nel muro. Per tutti è buona cosa chiedersi “ma è proprio così?” Mettere in discussione la visione del mondo maturata, diviene allora chiave di volta. E se non si riesce a catturare una prospettiva diversa da cui guardare alle cose, ci si può rivolgere ad un professionista che supporti la ricerca di un’ottica altra. Un buon intervento di counseling come quello offerto dallo Studio Psicologico Milano, accompagna la persona nell’elaborare, da sé e con i suoi tempi, nuovi modi di pensare a chi e quanto l’ha fatta soffrire. Magari smettendo di farsene una colpa e restituendo la responsabilità. Magari non proiettando sull’intero mondo la durezza di chi ha procurato il male. L’intervento è volto dunque a riscoprire le proprie risorse. Quelle utili a tutelarsi senza dover isolarsi, a rivalutarsi, a riscoprire il desiderio di tornare più forti nel mondo.

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2. Difficoltà a prendersi cura di se stessi

In alcuni casi, si è soli perché non si mai spiccato il volo dal nido. Succede quando i genitori non smettono il loro ruolo. Per riempire il proprio vuoto o per incapacità a trovare un nuovo scopo di vita. Ed i figli ormai grandi non riescono a recidere il cordone ombelicale, il che va spesso a detrimento della loro autostima. Possono così allontanarsi, vivere da soli, ma continuano a dipendere dalla famiglia d’origine. Succede perché l’iperprotezione genitoriale ha prodotto in loro la convinzione di “non essere in grado”, di “essere troppo pigri”, “troppo distratti” per potercela fare da soli. Nei casi peggiori, l’ingiunzione implicita riguarda la persuasione a “doversi prender cura degli stessi genitori”. Per questo non son capaci di costruire la propria autonomia. E per questo faticano a creare legami sentimentali duraturi, a lasciarsi coinvolgere fino in fondo. E’ a questo punto che il rischio della solitudine affettiva fa capolino.

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  • Che fare?

E’ necessario uscire dall’impasse. Il che si traduce nel prendere coscienza delle proprie abilità ad occuparsi di sé, praticamente ed emotivamente. Serve una spinta iniziale per abbandonare il nido e volare. Come serve determinazione per alimentare la propria autostima, per sperimentare che si può stare sulle proprie gambe senza dipendere da genitori. Un breve percorso di counseling può favorire ed accelerare questo processo in maniera dolce.

3. Difficoltà ad interrompere una relazione che procura sofferenza

La paura della solitudine può portare una persona a non sciogliere legami asfittici o dolorosi pur di evitare di rimanere sola. Finisce così per vivere un’esistenza infelice all’interno della gabbia da lei stessa costruita. In certi casi è fin disposta a subire la volontà dell’altro, pur di non essere abbandonata. E quando accade, senza che se ne renda conto, finisce per veder intaccata la propria dignità, la considerazione di sé, la convinzione di meritare davvero amore. Si tratta allora di dipendenza affettiva.

La dipendenza affettiva

Il disturbo definisce un tipo di attaccamento angosciato, ossessivo, nei confronti del partner. La persona che ama sperimenta costantemente il terrore di essere lasciata dall’amato. Il quale è spesso un individuo fuggente, evitante, refrattario ad impegnarsi profondamente. Il nucleo fondamentale del disagio risiede dunque 1. nell’incapacità a svincolarsi da una condizione dolorosa; 2. dal coltivare l’illusione che, prima o poi, il partner manterrà le promesse e la propria solitudine finirà. Perché non si riesce a lasciare ciò che fa male? Perché non si è  imparato a prendersi cura di sé, banalmente a volersi bene. Amarsi non è infatti un dato scontato. Lo si apprende dal  rispecchiamento positivo delle figure di riferimento. Quando non lo si riceve, si finisce per sviluppare la convinzione di non meritare, di dover pagare un prezzo salato per la pur minima, fugace, attenzione.

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  • Che fare?

Amare se stessi, confidare nelle proprie potenzialità, sono doti necessarie per incontrare l’altro ed impostare un rapporto sana ed appagante. Una coppia sperimenta pienezza ed armonia quando entrambi i partner sanno occuparsi di se stessi. La relazione sviluppa infatti dalla scelta di condividere il cammino, non dal bisogno di aggrapparsi per esistere. Si può imparare a volersi bene? Certo che sì. Smettendo le convinzioni disfunzionali che spingono alla svalutazione e soffocano ogni potenzialità. E allora un breve percorso di counseling può rappresentare la via efficace per raggiungere lo scopo.