studio psicologia e counseling milano problemi con mia figlia

PROBLEMI CON MIA FIGLIA – CHE FARE?

Problemi con mia figlia, che fare? – L’articolo fornisce suggerimenti, ma anche spunti per guardarsi dentro e migliorare la relazione.

Problemi con mia figlia. Che fare? – Tra i vari argomenti trattati dallo Studio Psicologico Milano con la counselor professionista Dr. Francesca Minore, qui ci interessa esplorare la questione dal punto di vista delle mamme. Spesso in ansia ed addolorate per la difficoltà ad essere in sintonia con le figlie che stanno attraversando pubertà ed adolescenza. Lo scopo? Fornire qualche suggerimento e spunto di riflessione per guardarsi dentro, partendo dal presupposto che sul tema c’è sempre da imparare.

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Problemi con mia figlia: le ho provate tutte, ma niente!

Si presentano al colloquio stanche, in preda all’ansia e alla frustrazione. E’ evidente quanto soffrano per la crisi in atto tra loro e le figlie. Sono mamme che amano le loro ragazze, volonterose di recuperare il rapporto. Semplicemente, nonostante gli sforzi e i tentativi, al momento la situazione non migliora. Che fare? In primo luogo evitare i sensi di colpa e l’inadeguatezza. Servono solo a depotenziare le risorse costruttive. In più, non forniscono alcun supporto a risolvere la questione. Meglio caricarsi di buona volontà e motivazione a ripartire. Approfondiamo come:

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Che sta succedendo a mia figlia?

Fino a non molto tempo fa era il mio delizioso angioletto. Affettuosa, buona, ascoltava e si confidava volentieri con la mamma. Ed ora, quasi all’improvviso, la comunicazione è sbarrata come la porta della sua cameretta. Anche l’aspetto ed il linguaggio sono cambiati. E’ più dura, scontrosa ed evasiva. Ma solo a casa. Tutt’altro atteggiamento riserva alle amiche. E dunque, che è successo tra noi? Anzi, cosa ho fatto perché accadesse? Cosa non ho visto che lo avrebbe evitato?

E’ successo che la bimba angelicata ha fatto il suo ingresso in una nuova fase evolutiva. Tecnicamente definita “fase di separazione/individuazione” (M.Mahler). Questo stadio della crescita rappresenta un passaggio costitutivo essenziale per lo sviluppo dell’identità. Per attuarlo con successo, l’adolescente deve inevitabilmente modificare la relazione con gli oggetti d’amore dell’infanzia. Per questo si allontana ed avvicina esattamente come faceva da bambina, molti anni prima, nella prima età locomotoria, gattonando qua e là. Tale disinvestimento affettivo riguarda i genitori, ma anche il proprio Sé infantile, in una sorta di periodo della muta.  Trascorsi gli anni adolescenziali ci sarà spazio per il riavvicinamento. Su basi nuove naturalmente, se il processo si è compiuto con successo.

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Come agevolare il processo?

Gli atteggiamenti contestativi e ribelli, le chiusure, le modificazioni caratteriali, sono dunque normali. Rispondono al bisogno di misurare la propria indipendenza emotiva e cognitiva. Servono cioè a che la giovane rafforzi la sua competenza all’autonomia, l’auto-efficacia e la determinazione. Solo così consoliderà il proprio senso di identità. La domanda che ogni madre deve allora porsi, è come agevolare il processo affinché il compito di sviluppo giunga a compimento. Quali confini stabilire. Fin dove intervenire. Su cosa soprassedere e su cosa ancora esercitare il suo ruolo autorevole.

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L’atteggiamento adeguato e gli errori da non commettere

Mia figlia non mi ascolta, fa solo di testa sua, è ingestibile.

Quando accade, è opportuno verificare se l’ansia che viviamo per il cambiamento in atto, non ci porti ad essere invasive. Stabilire dei giusti e stabili confini a quest’età è fondamentale. Rispettare la sua privacy, accogliere il bisogno di maggior autonomia sebbene in modo proporzionato all’età, è la via migliore per recuperare il rapporto con lei. La quale non sentirà più di dover difendere la propria indipendenza, ma si concederà una maggior apertura e disponibilità nei nostri confronti.

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Certo, se non approviamo un suo comportamento è nostro dovere intervenire. Discriminante è ancora una volta il come. La critica costante, la minaccia, la svalutazione, sono deleterie e l’allontanano. Di più, minano la sua autostima e sicurezza. Bene è invece ascoltare il suo punto di vista, le convinzioni e le emozioni che lo motivano, limitandosi a fare domande e mostrando autentico interesse. Solo dopo aver raccolto queste preziose informazioni sarà possibile dialogare con lei e supportarla nella comprensione delle nostre ragioni. Lo scopo? Giungere ad un compromesso ragionevole tra le esigenze genitoriali e l’entusiasmo adolescenziale.

Bando quindi alla rigidità e al sarcasmo. Sono nemici mortali della comunicazione. Essere flessibili, accettare le sue piccole manie, le ingenuità, le scelte, è il modo migliore per accogliere e rispettare l’età che sta vivendo. Ha certamente ancora molto da imparare sulla vita, diamole tempo. Essere di sostegno significa proporsi come guida presente, non come giudice invasivo. Di certo deriderla, fare dell’ironia sui suoi gusti, prenderla in giro, è profondamente sbagliato. E nel caso capiti, è di utilità fermarsi e chiedersi da dove origina il sentimento che alimenta questo nostro atteggiamento tutt’altro che costruttivo.

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E dunque ascoltare prima di parlare. Troppe raccomandazioni, magari ripetute di continuo, sono meno efficaci di un ascolto attento. Come ragiona, cosa pensa, cosa sente, rappresentano le domande chiave a cui dar risposta per comprenderla e fornirle il sostegno di cui ha bisogno. Perché di sostegno ha bisogno, non di qualcuno che ragioni al posto suo. Se questo accade, la ragazza non svilupperà una matura capacità di discernimento e critica. E’ importante dunque che senta accolta e rispettata la sua personalità, inevitabilmente diversa da quella dei genitori. Ogni individuo dispone di un peculiare approccio alla realtà. Nostra figlia saprà dargli valore, difenderlo, rispettarlo, sulla base di come lo abbiamo fatto noi col suo.

Quando l’ansia, la stanchezza o la rabbia, non ci permettono di proporci serenamente – capita, siamo umane – la cosa da fare è sbollire. E rimandare il chiarimento, prendendoci del tempo per elaborare le emozioni e ritrovare l’atteggiamento adeguato con cui approcciare efficacemente l’eventuale crisi.

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La mamma al centro

E la mamma? Come contenere e gestire le proprie ansie e paure?

Per un genitore non è automatico realizzare che la figlia sta crescendo. Che sta sviluppando una personalità sempre più autonoma e che ha bisogno di spazio per andare nel mondo. Un mondo che per mille motivi può impensierire. In questa fase del ciclo di vita familiare, il compito del genitore consiste nell’elaborare un modo diverso di stare nella relazione, nuovo ma altrettanto stimolante. Il che preserverà entrambe dal far virare una crisi naturale di crescita verso una condizione di vera e propria patologia.

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Per questo, qualora la madre riconosca una legittima difficoltà a gestire la fase di sviluppo, può essere di utilità un breve supporto di counseling. Con i giusti strumenti ed un sostegno esperto, sarà possibile recuperare l’energia e la fiducia a percorrere la via risolutiva nel minor tempo possibile.

Complicanze

1 Il legame invischiato

Quando il legame madre/figlia è asfittico, simbiotico, quando cioè la madre ha bisogno della figlia per dare un senso alla propria identità, il passaggio non è facile. E’ probabile che la donna tenda inconsciamente a mantenere il controllo per non perderla.

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La conseguenza è un cordone ombelicale mai reciso, che non consente alla figlia di crescere. Di sviluppare fiducia ed abilità ad aver cura di sé. In più, ciò pregiudicherà le modalità relazionali  della giovane, così come la scelta del partner. Il rischio è di non progredire, di non sviluppare un Sé forte e ben integrato. Piuttosto di rimanere invischiata in un quadro di personalità dipendente (in primis dalla madre) o ribelle al punto da sfociare in disturbi più seri.

E’ ormai acclarato che i disturbi dell’alimentazione possono mostrare un’eziologia di questo tipo: (la figlia) è continuamente soggetta alle sensazioni fisiche della madre che l’iperalimenta e non può che ingoiare tutto o vomitare tutto. (M. Novellino). L’impossibilità a crescere tiene dunque unite madre/figlia in una relazione che gratifica il bisogno di restare vicine, ma al contempo ingenera sentimenti incontrollati di frustrazione e rabbia che trovano via di sfogo sostituita nel sintomo.

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2. il legame lasso

Facciamo riferimento a quel modello educativo che vuole la figlia autonoma subito. E’ il caso di genitori oberati da impegni che tendono a iper-responsabilizzare i figli, i quali conquistano libertà e potere decisionale fin troppo presto. Oppure si tratta di famiglie in cui l’autonomia è valore principe. O ancora genitori che proiettano sulla giovane le loro aspettative, ambizioni e motivazione al successo.

In tutti questi ed altri casi, la figlia non trova ostacoli alle sue iniziative. Allo stesso tempo, quando bisognosa di sostegno, non percepisce alcun contenimento. Solo tanta fiducia nella sua capacità di cavarsela. Come reazione, cercherà in  ogni modo di ottenere l’attenzione e quei giusti confini protettivi che sente pericolosamente carenti. E qualora non ascoltata, è plausibile che manifesterà inconsapevolmente il disagio in modo molto più serio.

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Che fare?

Lo si è detto. Non è facile essere genitori di un adolescente. Non lo è adattarsi al cambiamento della dinamica relazionale. Se poi si è genitore unico o se mancano il supporto o l’accordo del coniuge, la difficoltà aumenta esponenzialmente. Di base l’atteggiamento migliore consiste nel saper modulare autorevolezza e flessibilità, unitamente all’ascolto attivo della propria figlia di cui vanno rispettati pensieri ed emozioni.