counseling paura di amare studio psicologico Milano Dr. Francesca Minore

NON TOCCARMI – PAURA DI AMARE

Paura di amare.

Ci sono persone che proprio non riescono ad amare. Bramano di poterlo fare. Sognano di condividere profondamente con l’altro. Ma quando l’occasione si presenta, quando incontrano qualcuno che fa battere loro il cuore, sentono di doversi ritirare. E con grande dolore, poiché non ravvisano il motivo che li spinge ad evitare il contatto.

Tra i vari argomenti trattati allo Studio Psicologico Milano con la counselor professionista Dr. Francesca Minore, qui ci interessa esplorare la paura di amare e le modalità più adeguate per trattare il problema.

Per approfondire il tema, il celebre film Paura d’amare con M. Pfiffer ed Al Pacino

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Fuggire dal contatto

Ci sono persone che rifuggono le relazioni. Di più, rifuggono il contatto. Quando ascolti il loro sfogo, ne percepisci la pena e l’acuto senso di impotenza. Tre esempi:

1. Gabriella

è una giovane donna. Autonoma, volonterosa. Brillante. Dispone di tutte le risorse atte a far sì che la vita possa sorriderle. Decide di intraprendere un percorso di counseling presso il nostro studio counselor Milano, perché ha da poco messo fine ad una relazione. All’ennesima, in verità. Lucidamente se ne assume gran parte della responsabilità. Racconta che negli ultimi tempi viveva il rapporto in modo soffocante. Di più, capitava di frequente che in presenza del partner le mancasse il respiro e fosse costretta ad assumere un ansiolitico.

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2. Lucio

un uomo alle soglie della cinquantina. Semplice, pragmatico. Desidera ancora come il primo giorno la donna che frequenta da ormai dieci anni. La stima, le vuole bene. Ciò nonostante la tratta con sufficienza, la svaluta, la deride. Le fa molto male. E non sa farsene una ragione. Ora lei ha deciso di lasciarlo. Pur comprendendola, si sente disperato “lei per me è importante… molto… ma io evidentemente ho dei problemi… forse è meglio che trovi un compagno migliore di me.”

3. Silvia

vive per il suo lavoro. Da molti anni non ha una storia sentimentale, sebbene ne senta l’esigenza. E’ una donna ombrosa, scostante, estremamente diffidente. Attorno a lei purtroppo il vuoto pneumatico.

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Che accade?

Cosa succede a queste belle persone? Per quale motivo sembrano avere paura di amare? Sono davvero impermeabili all’amore?

Parlandoci insieme ne respiri la dolcezza, la solitudine, la disperata voglia di entrare in relazione. Contemporaneamente hai la netta sensazione che tra te e loro si frapponga una sorta di misterioso velo, di impenetrabile barriera sottile. Sai bene – lo percepisci – che se pur con gradualità ti muoverai verso di loro, inevitabilmente tenteranno la chiusura o quantomeno una sorta di marcia indietro emotiva. E se non saprai ricorrere alla cautela e sommamente al rispetto, perderai la possibilità di incontrarli, di intravederli anche solo da quel minuscolo pertugio nel muro da cui comunicano con te.

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Cosa determina la paura di amare?

Ogni essere umano ha bisogno di condivisione, di rispecchiamento positivo, di contenimento. Privarsene significa essere condannati all’isolamento emotivo. Gabriella, Lucio, Silvia e gli altri sono persone realizzate. Ben inserite nel contesto lavorativo. Conducono le loro vite con successo. La barriera, il muro sono infatti invisibili. E ciò che impediscono, che rendono impraticabile, è l’esperienza emotiva. Null’altro… Peccato che ciò inibisca un’aspetto fondamentale del Sé.

Per quale motivo un individuo sente la necessita di blindare porzioni della sua personalità?

Per proteggersi. Sempre.

Riflessione successiva: è davvero conveniente tutelarsi inibendo se stessi? Sembra un paradosso. Ed in effetti lo è. Tale comportamento non è sostenuto da alcuna logica. E’ invece un meccanismo difensivo a motivarlo.

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La corazza

La difesa a cui mi riferisco riguarda l’esigenza di barricare la propria persona per proteggersi da un’invasione potenziale. Va da sé che dietro quest’esigenza vi sia inevitabilmente una violazione subita.

Il rifiuto ad entrare in contatto, la chiusura gelata della propria affettività, a ben sentire nasconde un vero turbinio di energia compressa. Lo si ribadisce. Ogni essere umano ha bisogno di calore e ne ha da dare.

Ma quando la legittima richiesta è stata fonte di sofferenza, quando ha scatenato in risposta un’invasione, quella stessa richiesta viene sopita.

Di cosa stiamo parlando? Che genere di invasione?

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1. Sii diverso da come sei, sii come voglio io

Ciò che ogni persona ed in special modo un bimbo, merita è il rispetto. Rispetto dei suoi tempi, del suo modo peculiare di entrare in relazione, di esprimersi, di esistere. E’ una violazione ogni – anche minimo, ma reiterato – tentativo di farlo essere ciò che non è. Di manipolarlo. Di non rispettarlo appunto. “Lo faccio per il tuo bene” è la frase che più frequentemente giustifica l’invasione. Corredata sovente da doverismi del tipo “faresti meglio a…” “dovresti essere…” “così non vai bene, devi invece…” “non sei in grado, fai fare a me…” ma anche il più subdolo “sei l’ometto della mamma, la principessa del papà”.

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Quali le conseguenze?

Sembrano minuzie. Eppure quando il modello educativo è teso a far crescere il bimbo diverso da com’è, accade che questo, per essere accolto, alieni le porzioni di sé che non vengono rispecchiate positivamente.

Contemporaneamente sviluppa una visione della sua persona come inadeguata, fin indegna e reprime il suo vero Io per non provare vergogna “chi potrebbe mai amare una tipa come me? Io capisco bene che gli uomini mi girino al largo!” è la convinzione di Silvia.

Dietro ogni persona spaventata dal contatto c’è una grande sofferenza dunque. Ancora più penosa perché apparentemente senza una causa significativa ad averla determinata.

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L’amore condizionato

Diranno alcuni: che sarà mai? Genitori un po’ rigidi, ma che tengono ai figli. Certo che amano i figli, ma il loro amore è condizionato. A che questi siano ciò che desiderano loro. Possono essere genitori che hanno a cuore se stessi oppure che proiettano sui figli le loro ambizioni o le loro ansie. A volte genitori non autonomi che richiedono supporto. Solo nei casi peggiori, genitori capaci di umiliare e svalutare “mio padre si è sempre rivolto a me con spregio… del resto io ero l’unica femmina in un clan ad alto tasso di maschilismo.”

Perlopiù questi genitori hanno agito tali modalità disfunzionali in maniera inconsapevole. Ma è proprio per questo che i figli, avendo ricevuto comunque attenzione e cura, non hanno coscienza del danno subito. Perché impercettibile, perché protratto per anni in maniera inavvertibile, al punto da far pensare che si trattasse di un fatto irrisorio.

In verità, purtroppo, un danno. Efficace come la goccia che scava la pietra nel silenzio del tempo…

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I segnali della fuga

Un elemento accomuna sovente i racconti di queste persone: la fuga dall’altro è preannunciata dal distanziamento. Il che significa ricercare motivi pretestuosi per riconoscerlo inadatto a sé. Di norma, durante l’innamoramento, succede che, per una sorta di effetto alone, ci si appassioni anche alle imperfezioni del partner. Quando si ama profondamente, il legame cementa la relazione al punto che si finisce per accogliere ciò che del compagno non si comprende. Al contrario, quando si teme di essere invasi, quando si ha paura che l’amore ci porti a subire una nuova violazione, questa apertura non è possibile. Si diviene guardinghi, si vigila con diffidenza. Ci si trincera dietro al cinismo. Si boicottano i propri sentimenti e la capacità di dar riconoscimento all’altro. Per non sentire… per non sentire, non per l’inabilità ad amare. Di questa competenza ognuno intimamente dispone.

Non è raro che il disagio coinvolga anche la sfera sessuale, specie nelle donne. Il rapporto intimo può diventare doloroso, dare il via ad una serie di somatizzazioni, persino essere vissuto con disgusto.

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2. Quando il pericolo è esterno

Ci sono poi casi in cui la violazione non si colloca temporalmente nell’infanzia. La ferita all’anima è stata prodotta da esperienze di vita in età adulta. L’invasione ha riguardato, per ragioni varie, il proprio spazio vitale. La realtà esterna è stata percepita come minacciosa. Gli altri sono stati effettivamente pericolosi. Partner abusanti, violenti oppure situazioni esistenziali in cui l’individuo è stato privato della sua libertà di essere e fare.

In tutti i casi, l’organismo ha reagito con la chiusura difensiva e totalizzante. La corazza si è fatta pesante e lo spazio per la condivisione emotiva è venuto meno. La sottile barriera si è fatta impenetrabile.

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Non toccarmi

Complessivamente, le ragioni del disagio vanno rintracciate nella dinamica psichica profonda. Poiché la capacità di dar soddisfazione ai propri bisogni spontanei è stata repressa, la manifestazione del dolore trova via d’espressione silente sul soma, indurendolo, anestetizzandolo.

Non di rado ne risultano tensioni e blocchi fisici di diversa natura.

Sovente tale stato di cose genera la depressione: come una coltre fumosa, l’umor nero va a ricoprire ciò che non può essere naturalmente espresso.

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Da questa sommaria descrizione diviene ben chiaro che quando le possibilità di espressione affettiva sono impedite, il malessere viene inciso sul corpo, quasi a rappresentare un’estrema, disperata richiesta di aiuto. La capacità di mostrarsi teneri, di accogliere, di farsi morbidi all’abbraccio dell’altro, vengono percepiti come minaccia e l’organismo si difende indurendo e contraendo i muscoli corporei quasi a cristallizzarne la struttura (W. Reich)Va da sé che la disponibilità alla ricezione – affettiva, ma anche sessuale – ne risulti compromessa.

E’ dunque la paura di amare a risucchiare l’anima e a desensibilizzare il corpo. Gli effetti del danno.

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Come intervenire? Al di là del muro

L’intervento di counseling prevede che i clienti apprendano modalità assertive per tutelare i loro confini, senza doversi fare pietra. Questo sul piano tecnico.

Ciò che davvero importa è però altrove. Nell’incontro.

Lavorare con queste persone significa stare al di là della barriera che frappongono tutto il tempo utile a che sperimentino, nello stare con te, che non ogni incontro si trasforma in invasione. Che non ogni incontro procura dolore. Che la corazza può essere indossata solo all’occorrenza. Che, al rischio, sono assolutamente capaci di provvedere in modo subitaneo. Soprattutto che ci sono mani e braccia in cui è possibile concedersi di far respirare il corpo e l’anima senza pericolo. E che farlo non ha nulla a che vedere con la debolezza.

E tu, nell’incontro con loro, sei consapevole che le tue mani e le tue braccia devi saperle fare stare. Usarle passivamente. Lasciarle morbide in attesa che siano le loro – finalmente pronte – a raggiungere le tue.

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In sostanza, vuol dire trasmettere loro il profondo rispetto che hai per quanto si trovano a vivere. Un rispetto che si declina in accoglienza incondizionata – ciò che spesso è mancato loro – e pazienza. Pazienza che non è mai attesa inerte, bensì forza lieve e costante a far sì che il muro spontaneamente si frantumi al calore di una relazione finalmente riparativa.

Per saperne di più, vieni a trovarci nel nostro Studio Psicologico a Milano.

Bibliografia

Ammon G. – PSICOSOMATICA – Borla, Roma, 1977

Anzieu D. – THE SKIN EGO – (C. Turner, Trans.), New Haven, CT: Yale University Press, 1989.

Dacquino G. – PAURA DI AMARE – Mondadori, 1998

Britten R. – AMARE SENZA PAURA – TEA, 2004

Kepner J.I. – BODY PROCESS. IL LAVORO CON IL CORPO IN PSICOTERAPIA – Psicoterapie, 1993

Welwood J. – AMORE PERFETTO, RELAZIONI IMPERFETTE – Feltrinelli, 2007