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FEMMINICIDIO – CAUSE E RIFLESSIONI SUL FENOMENO

Di seguito, riflessioni sul tema femminicidio e sulle possibilità di intervento:

Tra i vari argomenti trattati dallo Studio Psicologico Milano con la counselor professionista Dr. Francesca Minore, qui ci interessa analizzarne le cause, la psicologia di chi subisce e commette violenza e le possibilità di intervento.

Femminicidio. Una definizione

Il termine femminicidio sta ad indicare tutti gli omicidi in cui ad essere uccisa è una donna, a commettere il crimine un uomo ed in cui la ragione del delitto è strettamente connessa all’identità di genere della vittima.

L’espressione femminicidio, tanto efficace quanto un po’ greve – donnicidio avrebbe forse connotato la persona nella sua piena identità – trova origine nell’inglese femicide, già in uso in Inghilterra dal 1801. Fu la criminologa D. Russell, nel 1992, a definire con questo termine una vera e propria categoria criminale.

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In Italia solo da qualche anno si è assunta coscienza del fenomeno femminicidio:

la legge del 23 aprile 2009 ha introdotto nel c.p. il delitto “per atti persecutori” (stalking). Esso contempla una serie di norme a tutela della persona offesa. Il reato prevede la reclusione fino a quattro anni (che aumentano se sussistono aggravanti).

Sebbene dunque qualcosa sia stato fatto, i numeri dei Centri Antiviolenza esplicitano le proporzioni del fenomeno: solo nel 2012, 124 delitti e 47 tentati omicidi, di cui il 70% perpetrati da uomini con cui le vittime avevano una qualche relazione sentimentale. L’80% dei carnefici era di nazionalità italiana ed il crimine per lo più commesso tra le mura domestiche.

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Femminicidio. Quali le cause?

Ragioni di ordine socio-culturale

1. La cultura italiana

L’Italia è storicamente un Paese patriarcale. Così la sua tipica struttura familiare. Ciò significa che, ancora in molti casi, quella del maschio è una posizione di preminenza in casa, magari coadiuvata in subordine da altri uomini quali figli e parenti. Si tratta di un modello in molti ambiti solo parzialmente superato. Ne sono prova i vertici delle grandi aziende, che vedono tutt’oggi prevalere l’uomo nella posizione di amministratore delegato, supportato da un consiglio d’amministratore spesso al maschile. Stesso dicasi per le Forze Armate o la Chiesa.

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Si potrebbe obiettare che le famiglie italiane non vivono più da tempo nelle antiche corti rurali di inizio secolo, che il delitto d’onore* è ormai retaggio del passato, che nei moderni nuclei familiari il ruolo dei partner è intercambiabile. Opinioni certo condivisibili, in linea generale.

Il recente intervento del governo volto a definire un decreto legge sul tema, consiglia però una lettura più accurata della nostra realtà sociale.

A parole forse no, ma nei fatti molte conquiste dell’emancipazione femminile sembrano ormai obsolete. Le più banali prove a conferma: l’uso del corpo femminile nelle immagini veicolate dai media – dalla TV ad Internet – la scarsa presenza di donne con ruoli da opinion-leader nella comunicazione ed infine, come si è accennato, l’ancora insufficiente presenza delle stesse in posizioni economico-dirigenziale di comando.

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E quando loro, le donne – sempre più spesso – si mostrano autorevoli, competenti ed autonome, non sempre raccolgono grandi favori, e non solo purtroppo da parte dei compagni maschi. Una vecchia storia che si ripete…

2. I media

A proposito di media, preme qui rimarcare l’influenza che la TV fin dagli anni ’80 ha avuto nel determinare il fenomeno in analisi.

Tramite i suoi programmi – di intrattenimento e non – per lunghi anni fino ad oggi, sono stati veicolati messaggi profondamente svilenti la donna. Imbarazzanti per gli autori e soprattutto offensivi per chi è costretto ad assistervi (sì, esiste il telecomando, ma sapere che altri milioni di persone non ne faranno uso, procura quantomeno disagio dati gli effetti potenziali). Forse però le cose stanno cambiando. Speriamo.

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Si obietta spesso che alla televisione non va attribuito alcun ruolo formativo. Tecnicamente no. Nei fatti ce l’ha eccome. L’impatto sulle coscienze, pur passivamente rilassate davanti allo schermo (e forse proprio in ragione di questo) è molto forte.

3. Evoluzione dell’identità di genere

Nonostante quanto sottolineato, è bene riconoscere che di mutamenti sul piano sociale ne sono comunque avvenuti. Le donne oggi sono sempre più consapevoli delle loro risorse e competenze. Insofferenti a posizioni subordinate, si esprimono, rivendicano nuovi diritti, si scontrano con principi che reputano superati. A tutti i livelli. Anche all’interno del nucleo familiare.

Per alcuni esperti, la loro crescente consapevolezza va di pari passo con il senso di inadeguatezza maschile. Gli uomini sentono venir meno la propria autorevolezza e spesso reagiscono con impotenza e frustrazione. E’ vero, ogni nuovo equilibrio richiede un tempo di assestamento, solo alla fine del quale gli eccessi vengono smussati. E’ probabile che ci troviamo nella fase transitoria. Del resto, nella nostra epoca, l’identità di genere è un concetto complessivamente in evoluzione. I conflitti e l’assenza di tutela, per chi sfortunatamente si trova a viverci nel mezzo, sono indicatori di un cambiamento non ancora giunto a compimento.

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4. Composizione familiare e sociale

Pure la moderna composizione familiare, specie nelle aree urbane, è responsabile dell’acuirsi del fenomeno.

Viviamo in nuclei ristretti, sovente composti da un solo membro, lontani dalla famiglia d’origine. Tra vicini non ci si conosce. Non si entra in confidenza. Ne consegue che, in caso di bisogno, non si sappia a chi rivolgersi o non si riceva soccorso. Al contempo tale condizione aumenta il senso di alienazione e solitudine. Infatti la vita da soli non sempre è una scelta e qualora la persona sia affetta di una qualche carenza o disagio psichico, nella condizione di isolamento forzato rischia di veder saltare il proprio fragile equilibrio. I casi di stalking in cui il persecutore passa le giornate in malsani pedinamenti o inviando nottetempo una serie abnorme di messaggi alla propria vittima, trovano in parte ragione in tale stato di cose.

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Ragioni psicologiche

Esistono motivi psicologici a favorire il femminicidio? Riteniamo di sì. Di certo connessi alla situazione sociale sopra descritta, ma non solo.

Disturbi di natura psichica

Una precisazione preliminare. Analizzare gli aspetti psicologici del problema (patologie mentali, asocialità, disadattamento dell’omicida) non significa in alcun modo voler giustificare. Vuol dire invece indagare a fondo ogni aspetto della questione, nella convinzione che la conoscenza supporti sempre una risoluzione più efficace dei problemi.

La sintomatologia di alcuni disturbi psichici include l’incapacità a controllare gli impulsi (da cui originano aggressività e violenza) e la paranoia (con conseguente percezione distorta della realtà). Un adeguato intervento farmacologico può ripristinare lo stato di equilibrio. Questo in teoria.

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Sul piano pratico i problemi nascono dal fatto che un adulto può decidere di sospendere la cura in ogni momento e soprattutto che spesso non si arriva nemmeno a consultare lo psichiatra. Nel mio lavoro di counseling capita più volte di ascoltare le confessioni di donne abusate totalmente inconsapevoli dei problemi mentali di cui il partner è affetto “ma no, è solo il suo carattere” “infondo è un buono...” affermano. Convincerle a guardare alla situazione nella sua cruda verità ed indirizzarle allo specialista di riferimento non è affatto impresa facile né scontata.

Perché riconoscere la malattia nel proprio compagno implica una competenza che legittimamente non hanno. A ciò si aggiunga una resistenza istintiva, motivata dalla paura o dal dover fare i conti con una realtà inquietante, in grado di sovvertire il loro mondo familiare.

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Necessità di una rete

In conseguenza di ciò, riteniamo che i medici di base, gli psichiatri e tutti gli operatori delle relazione d’aiuto (counselor, psicoterapeuti, mediatori familiari…) abbiano un ruolo fondamentale nell’informare ed orientare i propri pazienti. Se vittime, supportandole a prender piena coscienza della necessità urgente di tutelarsi ed aiutandole concretamente a farlo; se potenziali carnefici, provvedendo a curarli, senza dimenticare al contempo di dare adeguato sostegno a chi pericolosamente sta loro vicino.**

Gli interventi in questo senso sono infatti ancora carenti e poco efficaci. Ricordo di aver dovuto attivarmi con insistenza per risvegliare dal torpore un medico di base e stimolarlo a dare la propria utilissima collaborazione in un caso dichiaratamente disperato. Allo stesso modo ho assistito al colloquio tra uno psichiatra ed una donna a rischio, in cui lo specialista, pur competente, le consigliava di non preoccuparsi, in quanto i farmaci avrebbero prodotto un effetto benefico sull’irascibilità ingovernabile del marito. Già… qualora avesse accettato di assumerli. Nel mentre lei? E soprattutto, nel mentre il suo bimbo?

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Forse anche noi operatori necessitiamo di una formazione specifica rispetto al tema e alle possibilità di intervento. La prima della quali implica senz’altro disporre di una rete di professionalità altre dalla propria a cui far riferimento e con cui cooperare.

Allo stesso modo è di utilità incrementare la competenza delle Forze di Polizia al fine di ottimizzare l’intervento ad ogni livello ed in ogni dove, incluse le inevitabili sacche di arretratezza del Paese.

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La scuola

Infine l’informazione nelle scuole. Nell’ottimo docufilm di B. Emmott, Girlfriend in a coma, ci si interroga sul declino politico-economico e sociale del Paese. Una sezione è dedicata alla condizione femminile. In tale contesto viene giustamente resa nota l’importanza di interventi mirati nelle scuole, utili a formare giovani con una coscienza nuova. Le leggi servono. Sempre. Ben venga il decreto governativo dunque. Accanto ad esse è però necessario sostenere l’evoluzione socio-culturale del Paese attraverso l’informazione massiva e la formazione in classe. La più efficace delle prevenzioni.

Il contributo di tutti

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1. Chi sono le vittime di femminicidio

Chi sono le potenziali vittime? Le donne a rischio? Si può trattare di donne provenienti loro stesse da famiglie in cui il padre o i fratelli esercitavano un’autorità violenta. Per questo faticano a comprendere l’anormalità della situazione e a concepire, da parte del partner, un modo alternativo di relazionarsi e gestire il conflitto. In altri casi, sono persone con carenze affettive alle spalle, disposte a sopportare ogni genere di angheria pur di non essere lasciate sole, pur di ricevere una qualche attenzione, quand’anche espressa con percosse. Ed ancora, possono aver maturato la pericolosa convinzione che l’atteggiamento aggressivo del partner, sia una manifestazione d’amore e ne sono lusingate. Scandalizzarsi dinanzi alle loro candide dichiarazioni è fuori luogo. C’è sempre un perché recondito.

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2. Che fare?

Ciascuno di noi, qualora entri in contatto con storie di questo tipo può fare la differenza.

Il che implica la disponibilità a saper accogliere ed ascoltare queste persone in difficoltà, ma anche portarle a comprendere che hanno necessità di tutelarsi. Contattare insieme a loro o meglio ancora, accompagnarle in un centro antiviolenza, di counseling o di mediazione familiare, può essere un modo efficace per evitare che desistano dal proposito.

Ognuna delle situazioni appena descritte richiede infatti uno specifico e peculiare trattamento. Soprattutto, lo si vuol ribadire, un aiuto concreto ed utili informazioni su dove ottenerlo, come avviene presso il nostro servizio di counselor Milano.

Star vicino a queste donne significherà probabilmente confrontarsi con le loro difese volte a minimizzare, a mantenere la stabilità familiare, a proteggere psicologicamente chi gli fa danno, a non richiedere aiuto per timore che la situazione degeneri.

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3. Come supportare le vittime?

A loro è bene far presente che:

1. L’aggressività non è giustificabile

L’attestazione della propria verità – in famiglia ed in ogni luogo – passa sempre ed esclusivamente dal confronto pacifico, dal dialogo, dall’accettazione delle opinioni diverse dalle proprie. L’aggressività non è mai giustificata né accettabile.

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2. La violenza non è espressione d’amore

E’ utile non interpretare i soprusi e le gelosie ossessive come gesti d’amore. L’amore produce sempre una sensazione di calore, nutrimento ed accettazione che tali comportamenti non riescono a fornire. La violenza è preannunciata da un’escalation di aggressività che inizialmente può presentarsi solo in modo verbale o episodico. Ma un uomo stabile, capace di amore autentico, non vi ricorre mai. Né fisicamente, né a voce, né in maniera occasionale. Non gli appartiene.

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3. Non è possibile salvare nessuno che non vuol essere salvato

Se una donna è incappata in un individuo violento, bisogna che prenda le distanze il prima possibile o quanto meno che si rivolga a centri specializzati per chiedere come meglio far fronte alla situazione. Purtroppo la regola dell’io ti salverò non funziona. E’ ampiamente provato. Una persona può cambiare solo se lo desidera e rivolgendosi a chi di competenza. In quanto compagna e non terapeuta, nessuna donna è in grado di modificare il dato di fatto. Meglio allontanarsi. Se non si riesce: meglio chiedere aiuto. Quanto prima. Per sé ed eventualmente per i propri figli.

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4. Una telefonata non vincolante (che può salvare la vita)

Infine va chiarito che il colloquio presso i centri specializzati non è in alcun modo vincolante. E’ riservato e libero. Serve ad avere un riferimento, a far chiarezza dentro se stesse, ad essere informate circa le opzioni. Chi lavora nel settore sa bene quanto sia importante che l’incontro esplorativo sia basato su queste premesse. In caso contrario, dinanzi ad un approccio invasivo, la persona facilmente lo rifiuterà, precludendosi la possibilità di uscire dal buco nero in cui si è venuta a trovare. Un femminicidio potrebbe essere la tragica conseguenza.

Scrivere queste parole trasmette un senso di profonda impotenza. Perché consapevoli che non bastano, che non possono molto.

Si è scelto comunque di metterle nero su bianco. Nella convinzione che loro, le parole, abbiano sempre una forza intrinseca di trasformazione. Una capacità di penetrare la coscienza di chi si ferma ad ascoltare.

Per saperne di più, vieni a trovarci nel nostro Studio Psicologico a Milano.

NOTE

* delitto d’onore – il termine definisce un delitto motivato dalla presunta necessità dell’uomo di difendere il proprio onore, macchiato dalla condotta disdicevole della propria compagnia. Fin dal 1968 la Corte Costituzionale si è espressa con proposte di legge volte rettificare le antiche norme, che non intravedevano nel delitto d’onore alcuna causa di riprovazione sociale. Eppure, solo il 5 agosto 1981 è stata approvata la legge n°442 che lo condanna. Le ragioni di questo enorme ritardo? Un generale disinteresse, quando non un vero sfavore da parte dell’opinione pubblica.

**a Liegi, in Belgio è attivo un centro di aiuto per gruppi familiari in cui si siano verificati episodi di stalking o violenza altra. Quando un coniuge viene denunciato, può scegliere, come alternativa alla via processuale, un percorso psicoterapeutico volto a risolvere il mancato controllo degli impulsi o altro tipo di disturbo da cui è affetto. Al contempo l’intervento prevede una terapia di coppia in cui elaborare le dinamiche disfunzionali. L’esperimento sta producendo confortanti risultati sul piano preventivo. Ad oggi, anche in Italia ne stanno sorgendo di simili.

 

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